Stimare quanti pesci vivono nelle aree costiere è fondamentale per proteggere gli ecosistemi marini e gestire le risorse in modo sostenibile. In questo studio, mettiamo in evidenza che il DNA presente nell’acqua di mare può aiutare a stimare meglio l’abbondanza dei pesci.
Infatti, contare i pesci non è sempre facile. I metodi tradizionali, come quelli basati su catture di pesca, possono essere costosi, distruttivi o difficili da applicare in alcune aree protette o pericolose. Un metodo recente consiste nell’analizzare il DNA ambientale (eDNA). Quando i pesci si muovono, lasciano piccole tracce di DNA provenienti dalla pelle, dal muco o dagli scarti. Filtrando l’acqua di mare e analizzando queste tracce, è possibile rilevare le specie presenti senza doverle osservare direttamente.
Tuttavia, la quantità di DNA trovata nell’acqua non corrisponde direttamente al numero di pesci presenti. In questo studio abbiamo quindi adottato un approccio diverso. Invece di utilizzare l’eDNA per contare i pesci, lo abbiamo impiegato per descrivere l’ecosistema in cui vivono. Abbiamo in seguito combinato queste informazioni con dati ambientali, come la temperatura dell’acqua di mare, il tipo di habitat o lo stato di protezione dei siti, al fine di stimare l’abbondanza dei pesci in aree dove i subacquei non possono sempre effettuare osservazioni.
I nostri risultati mostrano che questo approccio migliora significativamente la capacità dei modelli di spiegare le variazioni nell’abbondanza dei pesci tra diversi siti costieri del Mediterraneo. Ciò suggerisce che l’eDNA cattura importanti informazioni ecologiche, in particolare riguardo al ruolo di specie elusive, come la murena mediterranea, un predatore notturno che si nasconde tra le rocce.
La combinazione dell’eDNA con i metodi tradizionali di monitoraggio consente di migliorare il controllo della biodiversità e contribuire a una gestione più efficace degli ecosistemi marini, in particolare negli habitat costieri e nelle aree marine protette.
